La tragedia di Pompei

Eruzione del Vesuvio

Nel corso del tempo Pompei dovette affrontare tante dure vicende politiche e militari, nonostante ciò la città continuò assiduamente il suo sviluppo da piccolo centro agricolo a vasto e influente nucleo industriale e commerciale.

La prima grave tragedia si verificò con il violento terremoto del 5 febbraio del 62 d.C. (di intensità pari al V-VI grado della scala Mercalli, con epicentro nella vicina Stabiae) che provocò seri danni a gran parte della città, tra cui alla Porta Vesuvio, al Castellum Aquae, al Foro e al Tempio di Giove.

Ben presto i superstiti riuscirono con tenacia e determinazione a ricostruire la città e a riprendere le attività industriali e commerciali.

Non erano stati completati ancora i lavori di ristrutturazione quando la mattina del 24 agosto del 79 d.C. (per i naturalisti il 24 novembre, a causa del ritrovamento di resti di frutti autunnali) giunse la seconda e irreparabile tragedia: il Vesuvio, da secoli un vulcano rimasto inattivo e, perciò, luogo ricco di fertili vigneti e sontuose ville, si svegliò improvvisamente ed esplose con una spietata potenza distruttrice.

Plinio il Giovane (scrittore e senatore romano), da capo Miseno, assistette allo spaventoso spettacolo "il cui aspetto e forma nessun albero può rappresentare meglio di un pino": così lo descrisse nella lettera a Tacito (storico, oratore e senatore romano), annunciando anche la fine tragica dello zio, Plinio il Vecchio, comandante della flotta del Miseno che, mosso dalla passione scientifica, accorse con le navi per osservare da vicino il caso e morì per soccorrere e sostenere l’amico Pomponiano.

Rapidamente sulle fiamme altissime si formò un’immensa nuvola di fumo, che oscurò il sole. A ciò si accompagnò un’incessante pioggia di lapilli e scorie incandescenti, un’ondata di cenere e gas velenosi, una lunga serie di terremoti e maremoti.

Questo insopportabile fenomeno si protrasse per tre giorni e alla fine, sotto una coltre di circa 6 metri di materiale vulcanico, furono sepolte insieme a Pompei anche le città di Stabiae, Ercolano e Oplontis.

Non è noto il numero esatto di abitanti della città nel 79; secondo alcune stime, questo varia da 6.000 a 20.000 e il numero di vittime ritrovate si aggira intorno a 1.150: si calcola che in totale le vittime possano essere circa 1.600, considerata la parte di città ancora da esplorare e che la maggior parte della popolazione riuscì a mettersi in salvo scappando ai primi stadi dell’eruzione.

Delle circa 1.150 vittime accertate, 394 sono state ritrovate negli strati di lapilli inferiori, morte quasi tutte all’interno di edifici crollati sotto il peso dei materiali vulcanici che si erano accumulati sui tetti, mentre altri 650 sono stati ritrovati nella parte superiore dei depositi piroclastici, morti esternamente, raggiunti dalle nubi ardenti nella seconda fase dell’eruzione.

Molti pompeiani cercarono di sfuggire alle ceneri e ai lapilli coprendosi la bocca con un cuscino; quelli che cercarono rifugio scappando verso Porta Ercolano trovarono morte sicura, mentre la salvezza fu più probabile per chi scappava attraverso Porta Stabia e quindi via mare, anche se la spiaggia era battuta da onde alte provocate dai continui terremoti e le imbarcazioni erano andate quasi tutte distrutte.

A seguito degli scavi archeologici e con l’utilizzo della tecnica dei calchi è stato possibile ricostruire gli ultimi instanti di vita di alcuni abitanti, come ad esempio quelli di una donna che recava con sé numerosi gioielli, accompagnata da un’adolescente con la testa avvolta in un lenzuolo, di un mendicante con un bastone e una bisaccia colma di generi alimentari, di una coppia di sposi che si tiene per mano, di un uomo, forse un atleta, che reggeva in mano una boccetta di olio per ungersi, di un gruppo di tredici persone, tra cui uno schiavo, due bambini e una donna inferma, dei sacerdoti del Tempio di Iside, uno dei quali ritrovato con un carico di numerosi oggetti preziosi, probabilmente il tesoro del tempio e di un gruppo di schiavi ritrovati in una stanza di 4 metri quadrati con ossa spezzate, dopo aver cercato di fuggire tramite una scala dal tetto. Oltre ad esseri umani trovarono la morte anche animali: tra gli esempi che più sorprendono per l’enorme disperazione vissuta quello di un cane che cerca di svincolarsi dal suo guinzaglio.

Terminata l’eruzione, il Vesuvio si presentava con una nuova forma, ossia due cime e un nuovo cono: Pompei e l’area circostante erano ricoperte da una coltre bianca, il fiume Sarno riusciva con difficoltà a scorrere e la linea di costa si era modificata, allungandosi verso il mare.

L’imperatore Tito inviò una delegazione di soccorsi e vietò il transito nelle zone colpite dall’eruzione. Inoltre dispose che tutte le proprietà rimaste senza eredi fossero smantellate e i materiali (marmi, tubature di piombo, statue e altro) recuperati attraverso lo scavo di cunicoli venissero riutilizzati per la ricostruzione.

Frequenti furono comunque gli episodi di sciacallaggio.

Intorno al 120 d.C. l’imperatore Adriano fece ripristinare nei pressi di Pompei la viabilità verso Stabiae e Nocera, ma la città non fu più ricostruita, anzi il territorio dove sorgeva iniziò a ricoprirsi di vegetazione incolta, scomparendo definitivamente.

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Origini e Storia di Pompei
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La tipica abitazione di Pompei
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